Benedetta Bianchi Porro

La stanza di Benedetta Bianchi Porro

La stanza di Benedetta Bianchi Porro

Benedetta Bianchi Porro nasce a Dovàdola l'8 agosto del 1936. Fu dichiarata venerabile dalla Chiesa cattolica per il comportamento e la fede mantenuti in vita nonostante le sofferenze.

Fu inizialmente padre David Maria Turoldo a curare l'edizione degli scritti di Benedetta Bianchi Porro, che in genere non vanno oltre a brevi appunti, ma in epoca successiva alcuni cardinali hanno dedicato introduzioni e commenti.

Appena nata a Dovàdola, «un paese di una bellezza dura e sinuosa. A 19 chilometri da Forlì», Benedetta fu colpita da un' emorragia. Su richiesta della madre le venne conferito il battesimo "di necessità" con acqua di Lourdes. Cinque giorni dopo, il 13 agosto, riacquistata una certa stabilità fisica, fu solennemente battezzata e chiamata Benedetta Bianca Maria. A tre mesi Benedetta si ammalò di poliomelite che le lasciò la gamba destra più corta dell'altra, costringendola in seguito a portare una pesante scarpa ortopedica. Tra marzo e maggio del 1937 fu colpita da ripetute bronchiti, e da una forte otite.

Nel maggio 1944, nella piccola Chiesa dell'Annunziata a Dovàdola fece la prima Comunione. Le venne regalato in quella occasione un rosario, da cui non si sarebbe più separata. Conseguì la Cresima quindici giorni dopo, amministrata dal vescovo di Modigliana, Monsignor Massimiliano Massimiliani.

"È una bella giornata e anche io sono felice perché ho ricevuto Gesù nel cuore, ho promesso a Gesù che farò la comunione tutte le domeniche di Maggio".

In quello stesso mese iniziò a scrivere il suo "Diario segreto", poiché invitata dalla madre a continuare una tradizione di famiglia. Compilare un diario personale diventò un piacere e un modo semplice e naturale per annotare pensieri e quotidianità.

Fu un'adolescente compassionevole, fragile e delicata. Visse numerosi problemi fisici e tentativi di cura: le “scarpe alte”, il busto, l'emicrania, la debolezza, e soprattutto quella gamba che le “regalò” il soprannome di “zoppona”.

«Non dovete prendervela, in fondo dicono la verità: sono zoppa».

Furono questi gli elementi che tendevano ad identificarsi come normalità nella vita di una ragazzina di appena 13 anni e già da tutti considerata un'emarginata.

Terminate le elementari dalle suore, frequentò le scuole medie a Brescia, nell'Istituto Santa Maria degli Angeli retto dalle suore Orsoline. La prima esperienza scolastica risultò essere molto più che positiva, Benedetta si dimostrò infatti una ragazzina promettente, intelligente e attenta. Ma la nostalgia di casa non l'abbandonò mai, fu un'esperienza che visse in costante attesa di rivedere tutta la famiglia. La presenza familiare ebbe infatti un ruolo rilevante nel suo percorso di vita. La madre, casalinga e fervente cattolica; il padre, cattolico “non praticante” ma uomo dalla grandissima generosità, e cinque fratelli: Gabriele (nato nel 1938), Manuela (1941), Corrado (1946), Carmen (1953) e il fratellastro Leonida (1930), rimasero un costante punto di riferimento per la giovane.

Durante l'Anno Santo del 1950 insieme alla zia Carmen si recò a Roma, Assisi e Loreto.

Ben presto nacque una profonda amicizia, quella tra lei e Anna Laura Conti. Un'amicizia che lei visse come pura, gioiosa: "Tu sei la mia prima amica; e amica per me vuol dire qualcosa di più di quello che altri intendono." Citando un passo di S. Agostino le spiegò che ormai metà del suo “essere” le apparteneva e che la paura di poter rimanere sola e di poterla perdere ombreggiava costantemente nella sua anima.

A contribuire al suo stato di emarginazione fu però la progressiva perdita dell'udito, problema che la costrinse a seguire numerosi incontri di riabilitazione, ma con scarsi risultati.

L'animo religioso intanto si fece sempre più evidente nella giovane venerabile, la voglia di vivere e di aiutare gli altri diventarono delle priorità quasi imprescindibili. Alla domanda “cosa è la vita?” rispose: Un sogno, un sogno bello e triste, un godimento e un dolore insieme, una prova: una prova in cui si è soli davanti all'infinito. Benedetta incentrò la sua vita prevalentemente nella figura illuminante e protettiva di Dio: mèta e Amore Puro.

Innamorata dei libri “realistici”, libri in cui non era solo il corpo fisico ad avere ampio spazio, ma anche l'anima con le sue paure e i suoi pensieri. Libri che narrano la vita di uomini semplici e tormentati nei quali lei stessa ebbe la capacità di immedesimarsi. Le sue preferenze letterarie spaziavano da Tolstoj a Dostoevskij, le piaceva l'anima russa, un'anima ardente, profonda, umana; Shakespeare, poiché nelle sue tragedie è ritratto in modo ammirabile ogni aspetto dell'anima dell'uomo; Platone, che nel Fedone espone la teoria dell'immortalità dell'anima; Marco Aurelio; Ugo Foscolo; Giacomo Leopardi, di cui si sentì profondamente sostenitrice; e Orazio.

Nonostante la precaria situazione di salute, nell'ottobre del 1953, a soli 17 anni, si iscrisse all'Università di Milano. Inizialmente influenzata dal padre, scelse di intraprendere gli studi di Fisica. Dopo successivi ripensamenti, e con una maggiore consapevolezza nelle sue aspirazioni decise di intraprendere quella di Medicina, ma a causa delle condizioni fisiche sempre più gravi, il 30 novembre 1960 inviò al rettore la domanda di "rinuncia agli studi". Nel gennaio 1961 riprese a scrivere il diario, sospeso durante gli anni di studio universitari.

Nel 1962 fece il primo pellegrinaggio a Lourdes. Con la metà di ottobre del 1962 terminò definitivamente il Diario. I suoi pensieri, interamente riguardanti la religione e il cammino interiore, vennero appuntati sull'Agenda della Motta. Scrivere le comportava una grandissima fatica e una notevole quantità di tempo.

A causa di un peggioramento della vista il 12 dicembre fu sottoposta ad un nuovo intervento chirurgico a causa del quale perse completamente la vista. L'unico contatto con il mondo esterno passava attraverso il palmo della sua mano. La madre comunicava con lei attraverso dei segni e Benedetta rispondeva con un impercettibile bisbiglio.

Il 20 gennaio 1964 si confessò e ricevette la comunione dal parroco di Sirmione.

Morì il 23 gennaio del 1964. Grazie al Diario da lei composto si ritiene possibile conoscere e comprendere le sue scelte e i suoi travagli interiori.

Nel dicembre del 1993 la Chiesa cattolica emise il decreto di Introduzione alla causa di santità e pertanto, secondo l'uso consolidato, le spetta il titolo di venerabile.

Le opere scritte da Benedetta durante i suoi anni di sofferenza sono:

  • Quaderni di Benedetta - Il cammino verso la luce, pubblicato nel 2007 a cura di Divo Barsotti.
  • Scritti Completi, Edizioni San Paolo, 2006